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Character - Can you tell me again of the inside?

Ripropongo questa recensione con occhio più critico: la precedente infatti era troppo di parte, troppo dettata dall’entusiasmo, poco obbiettiva e di sicuro discordante con molti pareri. Ho visto la necessità quindi di riscriverla in modo più oggettivo.

Fondalmentalmente sì, Character è grosso e imponente, ma sicuramente avrete notato la mancanza d’innovazione rispetto ad alcune delle loro precedenti uscite. Ma non è un clone. Non è un misero ritorno a sonorità più aggressive (anche perché questo caso mai l’hanno fatto con il pur sempre eccezionale Damage done: Character è il più pesante di tutti) tanto per fare contenti i vecchi fan (cosa assurda: la maggior parte dei fan l’hanno guadagnata con Projector e Haven, non con The mind’s I o Skydancer). Character è il più pesante, con riff aggressivi e rabbiosi, non con la stessa profondità di Damage done, una batteria che macina molto ed uno Stanne che propone un growl/scream ben più impulsivo di quello basso e catarroso dei due album precedenti. Ma in alcuni punti addirittura si trovano alcuni accenni ai duelli chitarristici che imperversavano su The gallery, seppur non tanti, come anche un piglio abbastanza orecchiabile alla Haven nonostante la rabbiosità intrinseca.

Sicuramente Character è molto simile non solo a Damage done, da cui escono e prendono le basi, ma soprattutto a The mind’s I, con i suoi riff imperversanti. Ma, ricordiamo, The mind’s I è più drammatico, ha parti acustiche e chitarre clean in alcuni punti, una parte in voce femminile, nessuna tastiera e manca della perizia tecnica che contraddistingue Character. Non sono lo stesso album. Analizzando pregi e difetti di entrambi gli album, emergerebbe che alla fine Character è migliore. Però in The mind’s Ici sono brani che hanno quella passione, quella profondità che nei riff di chitarra di Character non è presente nelle stesse quantità. In Character non c’è quella stessa personalità che aveva contraddistinto gli album precedenti, facendo diventare i Dark Tranquillity unici, nonché, a mio parere (magari voi preferite il contrario), netti vincitori nel paragone con gli In Flames (sì, quelli vecchi!). In alcuni punti poi il riffing si fa un po’ stantio. Ma ciò nonostante, il suono è pur sempre robusto e c’è quella qualità che viene da sè con il marchio Dark Tranquillity, le atmosfere sono ben architettate (merito anche della composizione elettronica di Brändström che è precisa dove serve e ben fatta, molto in rilievo, veramente un ottimo lavoro per lui), i testi un must, la loro interpretazione da parte di Stanne come sempre maestosa e l’amalgama ben concepito, seppur con una produzione a tratti un po’ caotica, ma perdonabile.

Su The new build assistiamo all’imperversare di Jivarp con la sua batteria versione schiacciasassi, mentre subito il duo chitarristico dopo il riff, melodico nel suo volo da sciame di vespe, ci proietta nell’animo dell’album con i loro riff trasheggianti, fino al chorus ben derivato da Damage done (forse ricorda molto quello di Final resistance). Nella successiva Through smudged lenses si fa tutto più cupo, le atmosfere si tingono di un’aggressività cupa e disperata, il testo e la sua espressione si fa carico di rabbia e angoscia, fino all’arpeggio finale che è lo stesso che costituisce Derivation TNB, un po’ ignorata sull’EP, che forse qui avrebbe fatto buona figura. È death metal al 100%, il più death di tutti gli ultimi anni dei Dark Tranquillity. La successiva Out of nothing ritorna un po’ sul piano di The new build, e in più mette più spazio per l’elettronica e un basso in buon rilievo. Il lavoro dove più si sente l’impegno di Brändström è The endless feed, brano realmente innovativo per i Dark Tranquillity a dispetto di quanto detto prima, dove l’elettronica tesse giri cupi e fascinanti e le chitarre spaziano in un industrial metal oscuro ma capace sempre di improvvise sfuriate. È uno dei brani migliori dell’album. In contrasto alla rabbia incontrata in Through smudged lenses, troviamo il singolo Lost to apathy, di nuovo dall’EP, che addirittura nei riff thrasheggianti riesce a mostrare un’impronta, diciamo pure catchy (!), grazie anche al giro di tastiere melodiche. Sempre molto melodica è Mind matters dove troviamo dei più brevi ma sempre azzeccati giri di note di tastiera. Parlando un po’ delle tastiere, abbiamo detto prima che fanno un egregio lavoro sia come semplice pianola sia nelle creazioni elettroniche: nè è un esempio la struttura di One thought, a mio avviso il capolavoro dell’album. Con Dry run (brano che non apprezzo troppo) si fa un po’ meno presente, ma in Am I 1? ritorna con spunti affascinanti e atmosferici. Il giro di tastiera-synth che preferisco in assoluto è quello di Senses tied (brano che però per il resto si spegne un po’). L’ultima, My negation, chiudente l’album e richiamante alcune delle melodie ‘‘alla Projector’‘ pur nel contesto dell’ultimo album, è un altro piccolo gioiellino, nella sua ricchezza e nel suo connubio fra placidi arpeggi e timide melodie con schitarrate rabbiose.

Che dire dunque, di Character, in conclusione? Potremmo elogiare all’infinito il growl di Stanne, forse il migliore sulla piazza (ma nella lotta si inserisce dignitosamente Mikael Akerfeldt degli Opeth), con la sua espressività, la sua qualità nell’accezione del tipo di canto, i testi introspettivi ricercati e per nulla scontati. Potremmo elogiare i campionamenti elettronici, o il duro lavoro di Henriksson e Sundin, o la maturità musicale ormai raggiunta, o... ci siamo capiti. Elogiarli ma non troppo, ricordo: abbiamo compreso che Character è sì un bell’album, ma non una pietra miliare. Il quartetto che ha reso unici i Dark Tranquillity è composto da The gallery, Projector, Haven e Damage done: per quanto possa essere fantastico o deludente che sia, alla fine Character viene dopo di questi.

Fra tanti secoli, quando le invasioni barbaro-musicaliche (?) faranno cadere l’impero metal (???), i posteri riterranno questi quattro album i classici dei Dark Tranquillity. Ma, per la gioia dei fan del sestetto, Character non è album da dimenticarsi. Intendiamoci, non sono rimasto affatto deluso da Character, ma riascoltandolo più e più volte mi sono accorto che non aveva quel potere di catturarmi e farmi innamorare di loro come l’avevano altri album, non l’aveva interamente. Ricordo comunque che rimane un buon album dei DT; e non è affatto un clone stancante e che non è per nulla spento (comunque sì, è molto vicino a strutture già viste in The mind’s I e Damage done). Character, nel complesso, non dice molto di nuovo, ma rimonta quello su cui si basa senza scivolare nel passaggio circolare che ti fa riproporre le stesse cose. Tuttavia, noto anche che senza il contributo di Brändström, il giudizio sarebbe stato più negativo.

Mi aspetto per il prossimo loro lavoro, un album con mooooolta elettronica, in contrapposizione a quanta è stata messa su Character. E probabilmente ci saranno vari richiami all’industrial metal, sulla scia di The endless feed. Ovviamente, se qui l’elettronica è ‘‘poca, ma buona’‘, sul prossimo non dovrà essere tanta, ma cattiva! :-P Comunque, Brändström non è un coglione, l’ha dimostrato più e più volte sia qui che negli altri album, se così sarà allora con buona probabilità avremo un altro capolavoro. È stato proprio il lavoro di Brändström che più ho apprezzato da quest’album e da cui più mi aspetto gioie in futuro. Comunque, è più probabile che ci riserveranno altre sorprese. Se, e dico se, tuttavia, faranno veramente un clone, ripeteranno veramente vecchie tematiche, allora sarò il primo a criticarlo.


Recensione a cura di Alessandro Mattedi

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