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Haven - The wonders in your mind

Avevamo lasciato Projector con aperto un interrogativo, e cioè cosa sarebbe venuto fuori dopo di quest'album di transizione per i Dark Tranquillity. Ad un anno di distanza si ottiene la risposta, e cioè Haven, altro album in cui il trio svedese si propone di sperimentare nuove sonorità e portare avanti il loro caratteristico stile. Anche se in realtà alla fine sarà più una parentesi che una reale direzione musicale. Dal precedente sono ormai state rimosse le orchestrazioni di brani come la ballata Auctioned o Nether novas, proseguendo principalmente da brani più spediti come Dobermann ed evolvendosi, così come è stato abbandonato il canto in pulito (accennato soltanto nella penultima track, Emptier still).

Haven si presenta come un heavy metal melodico, in cui la principale novità viene data da Martin Brändström, che festeggia la trascrizione del suo nome nel libretto accanto agli altri membri del gruppo con la sua tastiera sinfonica e il suo gusto per l'elettronica. Altro cambiamento è nell'arrangiatura dei brani, ricordante il primo metal britannico per certi versi e atta a privilegiare riff melodici e d'impatto, ma senza dimenticare le loro radici e particolari atmosfere più malinconiche o aggressive. Questo anche per via della mancanza di Sundin nella composizione dei brani (unica volta nella carriera dei Dark Tranquillity), che ha influenzato l'arrangiamento e lo stile, che difatti ad alcuni potrebbe sembrare effettivamente diverso. Qualche scettico, che già non aveva molto apprezzato Projector, ha storto il naso di fronte a queste aggiunte, non vedendo di buon occhio la natura melodica, anche ‘‘catchy’‘ dell'album: difatti Haven è stato abbastanza sottovalutato.

In realtà l'album merita di venire nominato fra i migliori del gruppo (non il migliore però), presentando un groove altissimo, interessanti sperimentazioni sonore, suggestivi tappeti di effetti elettronici, giri armonici gradevoli che rimangono in testa lasciandosi sempre riascoltare, il growl di Stanne che si fa un canto catarroso molto apprezzabile da chi si avvicina a questo tipo di canto ed un'ottima predisposizione per i concerti.

Il primo brano, The wonders at your feet, mette subito in chiaro queste caratteristiche, lasciando trasparire quanto l'album d'esordio della band, Skydancer, sia ormai lontano e guadagnandosi il titolo di uno dei migliori brani dell'album grazie ai suoi riff dal feeling intenso, accompagnati dalla consueta effettistica di Brändström e interrotti momentaneamente da un assolo che rimane in memoria nell'ascoltatore. Fra i validissimi testi introspettivi di Mikael Stanne, che si connubiano ottimamente con la musica, si mantiene così la linea generale, mettendo alla luce riff che risaltano subito e rimangono in memoria, brani come The same, o Feast of burden in cui il ritmo si fa più serrato, o la titletrack in cui si viene ad usare un sampling di sicuro effetto.

Mi sento ancora di nominare: Fabric, il brano che personalmente preferisco su tutti, che però è divenuto famoso per le accuse, fondate o meno, di ricordare troppo i Novembre, ai limiti della scopiazzatura, che non tratterò non essendo questo luogo in cui additare e discutere di certe cose; la già citata Emptier still, la più sperimentale ed elettronica di tutte, in cui la voce di Stanne, sia in canto pulito che in growl, lascia penetrare un senso di tristezza e afflizione esaltato dalla strumentazione; infine, l'ultima traccia, At loss for words, in cui si intrecciano chitarre e tastiere in un'orchestrazione maestosa degli effetti e degli strumenti, e che si chiude prima con un assolo di tastiera di sicuro effetto e poi con una suggestiva dissolvenza che crea un'atmosfera da ‘‘fine album’‘ efficacissima.

Non ho avuto affatto l'amaro in bocca alla fine di quest'album. Non lo definirei il migliore del gruppo, ma reputo Haven un titolo validissimo, che non presenta ancora le definitive coordinate principali su cui i Dark Tranquillity proseguiranno, ma che rimarrà una parte fondamentale nella storia della band, per il loro senso della melodia e della sperimentazione e per l'ottima capacità di songwriting evidenziata nei testi, ricercati e mai banali. E ora, parlando di un certo Damage done del 2002...


Recensione a cura di Alessandro Mattedi

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